Mia cognata mi ha chiamato da un resort chiedendomi di dare da mangiare al suo cane…

ma quando sono arrivata a casa sua, non c’era nessun cane.
Solo suo figlio di cinque anni, chiuso a chiave in una stanza.
Era una domenica tranquilla quando Carla, mia cognata, mi telefonò.
La sua voce era leggera… fin troppo leggera.
«Ciao, Paula! Mi fai un favore? Puoi passare da casa mia a dare da mangiare a Buddy per qualche giorno? Siamo venuti al resort Lago Dorato per un weekend in famiglia. Sei un angelo!»
Buddy era un golden retriever dolcissimo, sempre allegro, affettuoso, scodinzolante.
Accettai senza pensarci due volte.
La sua casa era a venti minuti.
Ma appena arrivai, capii che qualcosa non andava.
Nessun abbaio.
Nessun rumore.
La sua macchina non era nel vialetto.
La chiave di scorta era ancora sotto il vaso di felce.
Aprii la porta… e l’aria pesante all’interno mi colpì.
Calda, stagnante, opprimente.
Le ciotole del cane erano vuote.
Tutto sembrava normale… e allo stesso tempo, assolutamente no.
«Buddy?», chiamai.
Silenzio.
Controllai ogni stanza.
Nessun cane.
Poi lo sentii.
Un suono leggero.
Un fruscio di tessuto.
Veniva dal corridoio.
Da dietro una porta chiusa.
«C’è qualcuno lì dentro?», domandai con la voce tremante.
Una risposta debole, un soffio quasi impercettibile:
«La mamma ha detto che non saresti venuta.»
Il mio cuore si gelò.
«Chi sei?»
«…Sono io. Davi.»
Il figlio di Carla.
Cinque anni.
Le mie mani tremavano mentre cercavo di aprire la porta — era chiusa dall’esterno.
Quando finalmente cedette, una vampata di aria calda e odore pungente di urina mi investì.
Davi era seduto sul pavimento, pallido, magrissimo, stringendo un piccolo dinosauro di peluche.
Aveva gli occhi infossati, la pelle rovente per la febbre.
«Davi, tesoro… da quanto tempo sei qui?»
Lui sollevò lo sguardo, stremato:
«Da venerdì. La mamma ha detto che sono stato cattivo.»
Lo presi in braccio — era così leggero che sembrava senza peso — e corsi alla macchina.
Durante il tragitto verso l’ospedale, la sua vocina ruppe il silenzio:
«La mamma ha detto… che se venivi… non dovevi dirlo… a nessuno.»
Al pronto soccorso i medici lo portarono via immediatamente.
Disidratazione grave.
Malnutrizione.
Pesava meno di un bambino di tre anni.
Quando mi chiesero cosa fosse successo, raccontai tutto…
tranne una cosa.
Non dissi il nome di Carla.
Ma proprio in quel momento il mio cellulare vibrò.
Un messaggio da lei.
«Grazie per aver dato da mangiare a Buddy.
E Paula… non ficcare il naso dove non dovresti.
Alcune cose è meglio lasciarle come sono.»
Un brivido gelido mi attraversò la schiena.
E in quell’istante, con il telefono che mi tremava in mano, feci la cosa più difficile — e più necessaria — della mia vita:
La denunciai.
Per Davi.
Per la verità.
Perché tacere mi avrebbe resa colpevole quanto lei.





